Napoli. Proiezione di “Napoli Milionaria” di Eduardo De Filippo al San Carlo per l’inaugurazione delle celebrazioni dei così- convenzionalmente detti- 2500 anni dalla fondazione di Napoli.
(di Marianastasia Lettieri)
NAPOLI. Ieri sera presso il Massimo napoletano la proiezione di “Napoli Milionaria” di Eduardo De Filippo, aperta alla città, ha inaugurato i festeggiamenti per i così-convenzionalmente detti- 2500 anni dalla fondazione di Napoli.
La cerimonia è iniziata con i saluti del Sindaco Gaetano Manfredi e con la consegna della targa da parte del Comune a Tommaso De Filippo, figlio di Luca e nipote di Eduardo, e alla Fondazione Eduardo De Filippo in ricordo degli 80 anni dalla prima proiezione della "Napoli milionaria di Eduardo" .
Come iscritto sulla targa "con la sua immensa Arte ha saputo raccontare drammi, sofferenze e dolori della Guerra"
Ottant' anni fa la prima proiezione fu presentata, per volere di Eduardo, proprio al San Carlo, cosicché il teatro del re diventava teatro del popolo.
Anche ieri sera il teatro, con spirito democratico, ha spalancato le sue porte a tutti i fortunati che sono riusciti ad accaparrarsi dopo ore di coda un biglietto per questa ri-presentazione della prima proiezione.
Per una Città fortemente stigmatizzata per la sua Arte di arrangiarsi, per una città quale Napoli che vive una notte perpetua e ogni giorno trova in sé il coraggio di ripartire e risollevarsi va l'augurio di poter essere un piccolo coro di speranza e di ripartenza per il mondo intero che inabissa in guerre e crisi.
Al di là della battuta cult pronunciata dal protagonista Gennaro Iovine(interpretato da Eduardo) nell'ultimo atto: «Adda passà a nuttat» Napoli milionaria è oltre, sprofonda negli sguardi parlanti, s'inoltra nel silenzio delle scene non messe in scena, nei personaggi assenti nell'atto.
Napoli milionaria è nelle mani dell'Eduardo regista e burattinaio, eppure, non lo vedi in scena, non lo senti nominare proprio nel secondo atto dallo stesso nucleo familiare che, nel primo atto, ruota intorno a lui nella vita e nella messa in scena della morte.
Un film che fa riflettere nella guerra e a proposito della guerra attraverso le parole dello stesso Eduardo, il quale riflette che, mentre al ritorno dalla prima, viene accolto da eroe a tal punto che che non bastavano i racconti vissuti in prima persona; pertanto, a un certo punto, il personaggio di Gennaro è quasi come costretto a inventare altre storie, a partire anche da quelle vissute dai suoi compagni, tanta l'inesauribile foga di sapere da parte di quelli che gli stanno intorno.
Questo capolavoro eduardiano è un' opera corale, come corale è Napoli con i suoi vicoli, i quartieri che si riuniscono e discutono intorno alla famosa tazzulella di caffè, quel piccolo sorso collettivo nero e specchio di una Napoli che mette a repentaglio la tranquillità delle famiglie pur di poter mettere un piatto a tavola.
Fatto differente se si perde il controllo... e non certo per eccesso di caffeina...
Scena significativa, a mio avviso, è stata quella del banchetto organizzato da Donna Amalia, in onore di Errico Settebellizze socio in affari ed anche qualcosa di sentimentalmente in più; poi, tramutata in cena di accoglienza al ritorno inaspettato dalla seconda guerra di Gennariello, il marito di donna Amalia.
Il poveretto cerca reiteratamente, dal momento del suo rientro, di raccontare l'esperienza della guerra e del fossato, ma non gli è consentito, continuamente interrotto dall'arrivo delle sontuose portate del banchetto, degli ospiti imborghesiti e impellicciati, pateticamente imbellettati che, a tavola , non fanno altro che discutere di affari e altre sciocchezze e rifiutano l'incontro testimoniale.
Allora, il protagonista si congeda dal banchetto con la scusa della figlia malata da vegliare e con l'accorato e intimo sentire della sua stanchezza.
«Tiene mente, Ama': io 'e ttocco e nun me sbatte 'o core» È la frase con cui Eduardo si rivolge alla sua consorte facendo riferimento ai mazzetti di mille lire che si fanno milioni e rendono inesauribile il desiderio di possederne altri.
Sì, e perché ? Se quella divisa di guerra indossata da Gennariello potesse parlare al posto di tutto quel lusso e sfarzo cosa direbbe?
Quella sordida divisa quale invettiva rivolgerebbe a tutto quel lusso?
Lusso edificato su macerie di vite spezzate, denaro ottenuto disonestamente da padri di famiglia calpestati moralmente e mandati a elemosinare porta a porta un po' di semolino per un figlio malato.
E se una notte tempestosa fosse determinante per capire l'essenza di ogni cosa?
Non è quanto denaro hai a salvarti, ma una mano distesa pronta ad aiutarti nel momento del bisogno.
C'è chi sulla guerra ha costruito imperi e ricchezza, ma senza vita, sangue e salute che senso ha tutto ciò?
«La Guerra non è finita» anche se non ci tocca, c'è!
É quel burattinaio che non si vede, ma determina il nostro presente. È nel non detto, è nei discorsi ambigui costruiti da sapiente mente e mano, con una tale abilità retorica da creare un corto circuito tra chi parla consapevolmente e chi consapevolmente fa finta di non capire.

