Napoli. Sogno di una notte di mezza estate chiude la stagione ballettistica 2025/2026 del Teatro San Carlo

(A cura di Marianastasia Lettieri)

NAPOLI. 31 luglio 2026. Con “Sogno di una notte di mezza estate”, giunto alla sua quinta messa in scena, si chiude il sipario del Massimo napoletano sulla stagione coreutica 2025/2026 del Teatro San Carlo. Nel pre serata il neo direttore del Balletto Renato Zanella ha accolto il pubblico nel Salone degli Specchi per un’introduzione alla produzione e per un preascolto di alcuni brani tratti dal capolavoro di Mendelssohn, tra cui la celeberrima Marcia Nunziale, contenuta nell’op. 21, eseguita al pianoforte e, a seguire, due fiabesche ed evocative voci del coro: quella del soprano greco-australiano Juliette di Bello e del mezzosoprano polacco Gabriela Korzystka. Mentre il Coro è stato diretto da Fabrizio Cassi, il repertorio di Mendelssohn è stato eseguito sotto la direzione di Philippe Béran.

Il “Sogno” coreografato dal canadese Paul Chalmer su musiche del Maestro tedesco Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) − come ha sottolineato Zanella – è un’opera concepita non solo per il Balletto, ma ideata per coinvolgere tutte le maestranze del San Carlo: dalla propedeutica alle étoile per la Scuola di Ballo, l’orchestra, il coro di donne e l'Accademia di Canto.

Il balletto proposto dalla Fondazione San Carlo ha sostituito la commedia “Coppelia”, con le coreografie firmate da Charles Jude, in programma dal 25 al 31 luglio. Optando per una produzione che evocasse un’atmosfera prossima alle ferie estive, il direttore del balletto si è lasciato ispirare dalla prima produzione comica, datata 1595, dell’eclettico poeta elisabettiano William Shakespeare. Per “Sogno di una notte di mezza estate” Zanella, da circa sei mesi alla direzione della compagnia del San Carlo, ha invitato il coreografo Paul Chalmer per curare la ripresa delle coreografie di questa favola in musica. Questa commedia sognante ha debuttato per la prima volta nel 2009 in occasione della stagione estiva del Teatro dell’Opera di Roma in scena alle Terme di Caracalla. Chalmer creò il balletto seguendo le linee guida del regista Beppe Menegatti in co-progettazione anche con l’immortale Carla Fracci per la quale fu cucito il personaggio della duchessa Ippolita con un’interpretazione che puntasse più sulla pantomima che sulla tecnica, per un’étoile, ormai, giunta agli sgoccioli della sua carriera. Poi, l’opera è stata ripresentata sul palco del Massimo napoletano dal genio visionario canadese nell’ottobre del 2019. Come ha sottolineato Zanella il repertorio non deve essere un qualcosa da riporre su uno scaffale, ha bisogno di sviluppo! Così, l’Ippolita di Carla Fracci viene ripensata sulle punte alla luce di una maggiore forza tecnica delle nuove stelle del San Carlo rispetto alle compagnie di balletto formatesi negli anni ’50 e ’60. Attualmente il San Carlo è, tra le quattordici fondazioni presenti in Italia, una delle quattro che, tra Milano, Roma, Napoli e Palermo, vanta un corpo di ballo composto da quaranta ballerini stabili e sei étoile. Come per il ripensamento e la redistribuzione dei ruoli, anche la partitura, scritta originariamente da Felix Mendelssohn, che comincia con la celebre Ouverture, subisce delle modifiche con l’inserimento, per volere del regista, anche di altre sinfonie dello stesso compositore.

Il linguaggio del balletto proposto in scena afferisce alla sfera del neoclassico che non si ferma al repertorio classico tradizionale, conosciuto attraverso la versione di Marius Petipa del 1876; ma segue anche la versione coreografica curata dall’”architetto della danza” Georges Balanchine del 1962 del quale Chalmer elogia intelligenza, bellezza e musicalità. Il coreografo canadese in questa produzione risente degli influssi di una linea stilistica nata in Inghilterra con Frederick Ashton e portata avanti da MacMillan e John Cranko, il coreografo che funge un po’ da trait d’union tra Paul Chalmer e la creazione di Zanella. 

Recensione all’opera

Sogno di una notte di mezza estate è un balletto in due atti e sei scene tratto dall’omonima commedia di William Shakespeare. Il Sipario del Massimo napoletano si è aperto per l’ultima messa in scena della stagione ballettistica su una scenografia, curata da Pasqualino Marino, che richiama l’ambiente ateniese, di cui Teseo è il mitico fondatore, attraverso i resti di un capitello corinzio e di una colonna. L’overture del maestro dell’illusione Mendelssohn è tutta giocata sulla sovrapposizione tra la corte di Teseo e il magico mondo, abitato da fate, fatine, folletti e farfalle, il cui dominio è conteso tra la regina e il re delle fate, Titania (Luisa Ieluzzi) e Oberon (Daniele di Donato). Tutte le coreografie del primo atto, in particolar modo i pas de deux, de trois e de quatre sono tutti studiati su dinamiche di attrazione e allontanamento tra i ballerini presenti in scena. Al cospetto del duca e della duchessa di Atene si presenta Ermia (Valeria Iacomino), figlia di Egeo (Raffaele De Martino), innamorata di Lisandro (Ferdinando De Riso), nonostante il padre voglia che convoli a nozze con Demetrio (Giuseppe Ciccarelli) e, secondo la legge di Atene, la figlia dovrebbe osservare le decisioni del genitore. Così i due amanti, in un appassionato passo a due in rosa, scappano nel bosco fuori dalle mura di Atene e su di loro cala la notte, ognuno riposando sotto il proprio albero nel bosco. La fuga non passa inosservata a Elena (Candida Sorrentino), di verde vestita, che entra in possesso della lettera inviata da Lisandro a Ermia prima della fuga e, in cambio di un bacio, la ballerina, palesemente innamorata di Demetrio, gli mostra la direzione della fuga dei due amanti. Elena e Demetrio si esibiscono in un simpatico e spiritoso passo a due in verde in cui a prevalere è la forza di respingimento, dal momento che Elena vorrebbe stare con Demetrio, il quale, invece, vuole sposare Ermia. Da notare in questa produzione anche la corrispondenza di cromie dei costumi di scena, quelli originali della produzione romana, curata da Elena Mannini, anche in base ai legami che si consolideranno durante lo svolgimento della vicenda, per quanti equivoci possano crearsi. Intanto, nel bosco si innesca una lotta tra Titania e Oberon e le loro rispettive schiere che si contendono lo schiavo indiano. Lo scontro culmina con la vittoria della regina delle fate, sulle parti vocali intonate dal coro di donne per proteggere Titania da eventuali bestie o incantesimi. La vendetta di Oberon per il tentativo fallito di trasformare lo schiavo indiano in un cavaliere al suo servizio non tarda a farsi sentire, sotto le mentite spoglie di un simpatico e dispettoso folletto di nome Puck (Danilo Notaro) che dimostra una forte abilità tecnica in manège e fouettés e si contraddistingue per il fiore magico che porta sempre con sé che ha il potere di far assopire i suoi bersagli che, al risveglio, si innamorano del primo essere che incontrano, sia esso umano o animale. Questo è il caso di Titania che si innamora di un membro della compagnia di attori che sta allestendo lo spettacolo per le nozze dei duchi di Atene, non più uomo, ma asino. Tante le peripezie che vivono i personaggi nel bosco: con il filtro d’amore di Puck Lisandro si innamora di Elena e altrettanto farà Demetrio. Tra amori e dissapori, tra inseguimenti amorosi e litigi, la scena è stata animata da un comico  pas de quatre danzato da Elena ed Ermia e da Lisandro e Demetrio. Intanto, Puck con il potere della sua invisibilità si è insinuato e ha portato scompiglio tra gli attori ingaggiati per le nozze di Ippolita e Teseo, non solo trasformando uno di loro in asino, ma anche contribuendo a renderlo inviso alla compagnia in virtù della sua trasformazione e, quindi, della sua diversità. Diversità dinanzi la quale la regina delle fate pare essere cieca, in virtù del filtro d’amore spolverato dal folletto dispettoso. Il primo atto si conclude con gli onori resi dalla corte di Titania a Bottom l’asino che viene ornato con corone di rose, scena che funge d’apertura al passo a due tra la regina delle fate e l’asino, al contempo  tenero e sensuale, caratterizzato da movimenti vorticosi aerei e terreni, capaci di restituire al pubblico  quel vortice della passione che travolge gli innamorati. 

Il secondo atto si apre sulla sfida tra Demetrio e Lisandro che si contendono la mano di Elena, a causa dell’incantesimo del folletto. Intanto, Puck fa riaddormentare le due fanciulle per porre rimedio ai suoi misfatti e  rimettere ordine nei sentimenti delle reciproche coppie: Ermia e Lisandro ed Elena e Diomede. Poi, è la volta di Titania, che viene risvegliata dall’assopimento e si rende conto dell’inganno, lei regina delle fate unita all’asino, provando vergogna. La scena si chiude con il trionfale passo a due tra Titania e Oberon che si contraddistingue per l’elevato spessore tecnico della performance. Seguono la trasformazione dell'asino in uomo,  la presa di consapevolezza del nuovo corpo umano da parte del commediante e il risveglio delle coppie. Per intercessione di Teseo, Egeo, sebbene non sia d’accordo, acconsente alle nozze della figlia Ermia con Lisandro. Così con un nuovo passo a quattro si celebra il ricongiungimento e l’amicizia tra le due coppiette. La scena, poi, si tinge di blu  con i costumi degli uomini e delle donne della corte ateniese. Ippolita e Teseo incantano il pubblico con il loro pas de deux che domina il secondo atto. Sulle note della famosa marcia nunziale di Mendhelsson la scena si tinge di bianco con le celebrazioni dei tre matrimoni. Nella cornice delle nozze spicca per brillantezza esecutiva e cura delle linee il quadretto divino danzato da Mercurio e le tre dee Hra, Atena e Afrodite, montata intorno il pomo dorato, meglio conosciuto come “il pomo della discordia”, da dare in consegna “alla più bella”. Al termine del pas de quatre Teseo lo dona a Ippolita. Alle nozze si esibisce, in una danza di carattere, anche la compagnia dei sei attori comici che, con tecnica metateatrale, mette in scena, grazie all’Art de faire rire, una versione rivisitata della triste favola di Piramo e Tisbe, raccontata nelle metamorfosi di Ovidio. Lirico, tragico e comico compongono un unico corpo in questo dramma per ricordare alle tre coppie convolate a nozze come la vita sia un regno aperto ad infinite possibilità. Dalla corte al bosco, anche qui si celebrano le nozze tra il re e la regina delle fate che riporta l’armonia perduta. La scena si chiude con Puck che abbraccia una scopa con cui spazza via gli ultimi residui di polvere magica, dalla quale sono scaturite tutte le peripezie vissute dai personaggi.

Perché il sogno? Come ha sottolineato Chalmer nella sua conversazione con Elisabetta Testa: 《Sognare permette di fare qualsiasi cosa, il balletto è in sé sogno》.

Attraverso l’orchestra,  le voci, il ballo e ,curando l’estetica della produzione, le maestranze del San Carlo  hanno portato in scena un Sogno di una notte di mezza estate di spessore. Due ore magiche di pura evasione dal mondo per ritornare alla quotidianità con un sorriso nuovo di chi ha visto in sogno un mondo scomporsi e, poi, ricomporsi. I sogni contribuiscono a far maturare la speranza; d’altronde,  come ha ribadito il direttore del Balletto:《Il teatro è stato creato per trovare una nuova dimensione e un nuovo credo》.

Ph. Luciano Romano

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