Napoli. Massimo Cacciari presenta “Metafisica Concreta” all’IISF. L’intervista.

(di Marianastasia Lettieri)

NAPOLI. Nella due giorni 30-31 maggio,  presso Palazzo Serra di Cassano, sede dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici il filosofo e uomo politico Massimo Cacciari  ha presentato la sua nuova uscita “Metafisica Concreta” (Adelphi, 2023).

Di seguito l’intervista:

Che ruolo ha la “parola” in questa sua ultima ricerca? E come la filosofia può collaborare con altre scienze  come ad esempio la filologia?

《Il rapporto filosofia-filologia è necessario. Come diceva Wittegestein la prima mossa della filosofia è far chiarezza nel linguaggio, tentar di conoscere il senso delle parole,  conoscerne la storia, la genesi. Poi, occorre far opera di traduzione da un idioma a un altro,  cioè comprendere  che cosa fa mutare il significato delle parole tra i diversi idiomi. Non è a caso, per fare un esempio classico,che si dice  “Verità” in italiano,  “Veritas” in latino e “Alètheia” in greco. Che cosa muta? Cosa indicano queste diverse parole? Le parole pensano che cosa pensa “Veritas” in latino e che cosa pensa “Alètheia” in greco.

La prima mossa del filosofo è quella filologica. Questo lo hanno insegnato grandi del nostro pensiero, ad esempio Nietzsche, che è rimasto essenzialmente tutta la vita un filologo》.

Se la scienza ha il suo metodo scientifico per indagare i fenomeni, secondo lei, la filosofia che metodo dovrebbe adottare?

《Non c’è “la” scienza,  come non c’è “la” filosofia. L’idea di scienza dell’età classica è un’idea essenzialmente teorica, per cui, dal modo in cui si osserva la realtà, essa viene ridotta a principi di ordine logico-generale, di ordine propriamente filosofico. Cioè, mancava l’idea vera di scienza sperimentale, che è quella dominante a partire da Galileo. Ma, già prima, nel Medioevo, Bacone e altri avevano individuato questa strada diversa dall’idea classica di episteme o di scienza.  Poi, con una scienza di importazione positivistica, dominante tra 700 e 800, in base a un principio deterministico di causalità, si poteva raggiungere una conoscenza effettiva e esortiva del reale. Questa visione positivistica e neopositivistica della scienza domina nella grande scienza della natura contemporanea, che sta alla base anche dei suoi grandi successi. Questa idea è diversa rispetto a quella positivistica o neopositivistica carnapiana. Quindi, non ha senso parlare della scienza in generale,  la scienza contemporanea, a mio avviso, permette un dialogo molto fecondo e originale con la filosofia proprio perché non è una scienza di tipo deterministico,  non è una scienza di tipo meccanicistico, è una scienza in cui riappare un’idea di natura, anche nei suoi tratti di imprevedibilità. Il cielo di questa fisica è il cielo nietzschiano del caso, il caso è infinitamente  approssimabile con matematiche molto complicate e particolari. C’è un’esattezza diversa da quella pretesa dal positivismo, altrettanto esatta, più esatta, anzi, almeno per quanto riguarda il mondo atomico e subatomico. Quindi non deve esserci alcuna negligenza, il rapporto tra episteme e filosofia deve essere riacceso, la domanda intorno questo dialogo non può spegnersi. La filosofia ha un’interrogazione che procede da quella della scienza della natura. La filosofia procede oltre, in quello “spazio”, perché non è definibile in alcun modo lo spazio aperto che la stessa interrogazione scientifica apre, cioè, all’inosservabile. A quella dimensione dell’ente che non è determinabile nei termini in cui è determinabile il fenomeno, cioè, ciò che ci appare. L’ente non  è soltanto fenomeno, per dirla con Kant, è anche qualcosa che è in sé stesso e la filosofia procede nell’interrogare questo spazio aperto dell’ente. Ma ciò non è un’altra cosa rispetto l’interrogazione scientifica. È un interrogare ancora,  un interrogare oltre》.

A proposito del “tó aporoùmenon”  come si è interfacciato con i suoi predecessori e come si apre al tempo  della quarta rivoluzione che stiamo abitando?

 《Se l’ente è un “aporoùmenon” vuol dire che la sua essenza è inattingibile. E la filosofia ha a che fare con l’inattingibilità dell’Essente. Il che significa che l’Essente va visto secondo questa “misura”, cioè che è qualcosa che non ti è dato possedere. Gli essenti non potranno mai essere ( ta Xrémata) cose in tuo possesso, ma sono pragmata (res agentes) cose che agiscono, che hanno una loro vita, una loro autonomia. Questo riguarda sia noi che l’ultimo granello di sabbia, la pianta, l'animale e ogni vivente.》.

Qual è l’importanza del dialogo tra i saperi affinché non si astragga un sapere che tende a prevalere sugli altri?

  《Non c’è alcun sapere che possiede una visione olistica del reale. Si tratta di diverse prospettive e la filosofia dovrebbe mostrarne l’analogicità,  cioè mostrare come nessuna possa separarsi dall’altra, se ciascuna vuole veramente avvicinarsi al reale》.

Considerato l’avvicinarsi delle “Europee” la filosofia oggi dove deve approdare?

《Queste cose che ho appena detto hanno una ricaduta etico-politica che è del tutto evidente. Una logica,  una filosofia della relazione non in sé ,  ma tra identità,  tra posizioni che pretendono e avanzano un’istanza di valore. Non una relazione tra indifferenti, ma una relazione di differenti  e di differenti gelosi della propria autonomia  e del proprio “kat’autó”, del proprio essere se stessi. Questa è la prospettiva etico-politica che emerge con molta evidenza da questo ragionamento》. 

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