Il giornalista Mario De Michele indagato per simulazione di reato. L’attentato del 5 Maggio scorso sarebbe una messa in scena

Cesa     La notizia è di quelle destinate a far rumore ed a riportarla è l'edizione odierna de "Il Mattino". Il Direttore del sito Campania Notizie, Mario De Michele, assurto agli onori delle cronache lo scorso mese di Novembre quando la sua auto fu crivellata di colpi dopo un inseguimento nelle campagne di Gricignano di Aversa, è stato posto sotto inchiesta dalla Direzione Distrettuale Antimafia con l'accusa di simulazione di reato.

Gli inquirenti stanno facendo luce sull'ultimo attentato che avrebbe subito il De Michele lo scorso 5 maggio, quando in piena notte furono sparati tre colpi di pistola verso la sua abitazione. Per i magistrati partenopei potrebbe trattarsi di una vera e propria messa in scena ad opera del cronista, che ricordiamolo vive sotto scorta, e che ora potrebbe perdere la protezione da parte dello Stato.

Ovviamente si sta facendo luce anche sull'attentato del Novembre scorso in quanto sarebbero emerse numerose incongruenze nella versione dei fatti di De Michele che rimase illeso al termine di un agguato nel quale furono esplosi dieci colpi di pistola contro la sua persona.

Nel pomeriggio di ieri il giornalista con un'editoriale pubblicato sul Campania Notizie aveva annunciato l'addio alla direzione del portale on line parlando di "un crollo fisico" e di "debito morale" nei confronti della sua famiglia.

"Per troppo tempo (due anni di fila)- ha scritto De Michele- sono stato immerso anima e corpo nel monitor del computer. Il lavoro mi ha assorbito h24 soprattutto sul piano mentale. Via via ho perso la bussola delle priorità. Ho smesso di essere padre, marito e figlio. Non ho timore ad ammetterlo, ho perso il senso della realtà. L’ho compreso oggi per ragioni che non starò qui a raccontare. Verrà il tempo per parlarne o forse no. Da quest’anno il 17 maggio sarà il mio 25 Aprile. La Festa della Liberazione di Mario De Michele da un ruolo che ha ricoperto senza volerlo ma che poi è diventato un’ossessione, una dipendenza. E come per ogni ossessione e dipendenza, col passare del tempo, si è logorati psicologicamente e fisicamente. Mens sana in corpore sano.

Mi piaceva essere un cronista, cioè uno che racconta i tempi in cui vive. L’ho fatto spesso in modo volutamente “estremista” (nel linguaggio) e “identitario” (nei principi). Ma sempre con un approccio intellettualmente onesto. Poi si è rotto qualcosa. Sono crollato. I fatti di cui da cronista mi sono occupato sono diventati travolgenti come uno tsunami. E, sembrerà strano ma vi giuro che è la verità, il primo a finire in balia delle onde sono stato proprio io.

Inconsciamente ho indossato quegli abiti che non mi sono mai piaciuti. Quelli marcati: giornalista anticamorra, giornalista legalitario, giornalista scortato, giornalista coraggioso. Senza volerlo, ma è ciò che è avvenuto, in quegli abiti mi trovavo sempre più a mio agio. E a causa di quel vestito da supereroe ho commesso qualche errore. Alcuni gravi. Imperdonabili. Devo fare un passo di lato. La vanitas è ben altra cosa rispetto al giornalismo. Trasformarsi con compiacimento da persona in personaggio è il sintomo di un disagio. Di stanchezza fisica e mentale. Ci voleva la doccia fredda della consapevolezza. Altrimenti la mia Liberazione da un “ruolo” assillante non sarebbe mai arrivata. Fine di un incubo. Sono tornato con i piedi per terra. Ho ripreso contatto con la realtà. Ho riassaporato il senso della famiglia. E ho tirato fuori dal ripostiglio la mia vecchia scala dei valori. Quelli che contano davvero. Chiedo scusa a magistratura, carabinieri, prefettura. Le istituzioni hanno sempre svolto a pieno la loro parte. Lo Stato c’è. E ci sarà sempre. Ma dopo due anni di battaglie contro tutto e tutti ho compreso che combattevo anche contro me stesso. Contro i miei demoni.

Carl Rogers aveva ragione: “Il curioso paradosso è che, quando accetto me stesso per quello che sono, allora posso cambiare”. Per me è l’ora di cambiare. Lo devo a mio figlio, a mia moglie, a mio padre e a mia madre. E a me stesso".

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