Orta. Dimissioni Santillo, il nodo non è il bilancio: è la statura umana e politica di chi governa Orta di Atella. Quando i nani credono di essere giganti…

di Idio Urciuoli

ORTA DI ATELLA. Un copione già visto, una liturgia politica che si ripete puntuale, stanca e drammatica. Il 31 agosto 2026, il sindaco di Orta di Atella, Antonio Santillo, ha protocollato formalmente le proprie dimissioni dalla carica.

Le dimissioni, come stabilito dall'art. 53 del D.Lgs. 267/2000, diventeranno irrevocabili ed efficaci allo scadere dei 20 giorni dalla presentazione, periodo durante il quale le funzioni saranno limitate all'ordinaria amministrazione e agli atti urgenti e indifferibili.

Al di là della formula di rito della lettera ufficiale, il valore politico di questa scelta merita una disamina approfondita. Per Antonio Santillo si tratta infatti della terza rassegnazione di dimissioni dall’inizio del mandato, intrapreso nel maggio del 2023. Un cammino costellato da strappi, ricuciture a freddo e permanenti fibrillazioni di maggioranza.

Eppure, paradossalmente, la consiliatura Santillo, con i suoi oltre tre anni e tre mesi di vita, rappresenta già un "piccolo record" di longevità istituzionale per la travagliata piazza ortese. Occorre infatti risalire al 2015, anno in cui si è introdotto il sistema elettorale proporzionale ad Orta di Atella, per comprendere il livello di instabilità patologica del paese: nessuna amministrazione comunale è mai riuscita a completare un ciclo senza capitolare precocemente dinanzi al commissariamento prefettizio o allo scioglimento. In questo panorama di costante maceria amministrativa, resistere oltre un triennio appare quasi come un'impresa, sebbene condotta sul filo del rasoio.

Ma perché dimettersi proprio ora? La mossa di Santillo non giunge nel vuoto spinto, bensì all'inizio di un mese decisivo. Sullo sfondo della crisi pendono i 20 giorni di tempo previsti per legge prima che le dimissioni diventino definitive. Ma c'è una spada di Damocle ben più tagliente: il Consiglio Comunale ortese è chiamato ad approvare il bilancio di previsione entro la fine di settembre.

In caso di mancata approvazione nei termini, lo scioglimento dell'assise cittadina e del Comune sarebbe automatico e inevitabile. Un primo segnale chiarissimo d'allarme si era già consumato lo scorso 31 luglio, quando la prima seduta consiliare dedicata allo strumento finanziario era clamorosamente saltata per mancanza del numero legale, palesando le profonde crepe all'interno della compagine di governo.

Quella di Santillo appare a tutti gli effetti come una mossa tattica per serrare i ranghi: mettere l'intera assise di fronte alla propria responsabilità e al baratro dello scioglimento imminente, per capire se vi sia ancora margine per stringere un patto politico che traghetti l'amministrazione fino al termine naturale della consiliatura. Un percorso ad ostacoli, estremamente difficile, ma non del tutto impossibile.

Tuttavia, fermarsi all'analisi del pallottoliere e dei numeretti in aula consiliare sarebbe riduttivo e fuorviante. Ciò che emerge con sconfortante evidenza dalla vicenda ortese è la radice profonda del male: un modus politicandi decisamente approssimativo e una classe dirigente locale che, fatte le dovute ed eccezionali distinzioni, appare drammaticamente poco avvezza al bene comune e incapace di elevarsi al di sopra dei micro-interessi di bottega.

Prevale troppo spesso una logica miope, votata alla tutela del proprio piccolo "orticello" elettorale o personale, a scapito delle priorità strategiche di un territorio stremato che avrebbe invece un disperato bisogno di stabilità, programmazione, decoro e servizi efficienti. Quando l'interesse collettivo viene subordinato ai ricatti incrociati delle singole componenti, ogni maggioranza, per quanto larga sulla carta, è destinata a sfaldarsi al primo ostacolo.

I prossimi venti giorni diranno se prevarrà il senso di responsabilità e la capacità di stringere un accordo di reale prospettiva per traghettare l'ente alla fine del mandato o se Orta di Atella si avvierà all'ennesimo, triste epilogo commissariale. Quel che è certo è che la cittadinanza meriterebbe una politica d'alto profilo, capace di alzare lo sguardo e mettere finalmente al centro la dignità dell'intera comunità.

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