Presunta estorsione, assolto il giornalista Mario De Michele. Crolla il castello accusatorio
(di Idio Urciuoli)
AVERSA. Giustizia è fatta. Mario De Michele è stato assolto dall'accusa infamante di estorsione ai danni di Angelo Brancaccio, ex sindaco di Orta di Atella, condannato per associazione mafiosa per aver stretto un patto con il clan Mallardo e con i Casalesi durante il sacco edilizio della città. "Il fatto non sussiste". Una formula assolutoria inequivocabile. È questa la sentenza pronunciata dal giudice Berrino del Tribunale di Napoli Nord. Il direttore di Italia Notizie, difeso dall'avvocato Mario Griffo, è stato assolto nel giudizio di primo grado celebrato con rito abbreviato. Una decisione che arriva dopo quella del Tribunale del Riesame di Napoli che il 15 luglio 2025 aveva disposto l'immediata scarcerazione del giornalista, ritenendo insussistente il quadro indiziario necessario a giustificare la misura cautelare. L'inchiesta era stata condotta dai carabinieri della Compagnia di Marcianise, guidati dal capitano D'Ambrosio, e coordinata dal pubblico ministero Quaranta. Al centro dell'accusa la denuncia presentata da Brancaccio. Un impianto che la difesa ha contestato fin dall'inizio e che, alla prova del giudizio, non ha retto. Un castello di sabbia. Crollato sotto il peso della verifica processuale.
De Michele era stato arrestato il 30 giugno 2025 dai carabinieri di Marcianise e condotto nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Ne era uscito quindici giorni dopo, in seguito alla decisione del Riesame. Quindici giorni di detenzione per un'accusa dalla quale oggi è stato assolto perché il fatto non sussiste. Quindici giorni che nessuna sentenza potrà restituirgli. Perché la privazione della libertà personale non è soltanto una misura giudiziaria. È una frattura nella vita di un essere umano. Un'esperienza che lascia segni profondi. Soprattutto quando si è convinti della propria innocenza e ci si ritrova improvvisamente dietro le sbarre. L'accusa era gravissima. Estorsione. Un reato che nella sua fattispecie ordinaria prevede pene detentive da cinque a dieci anni. Una prospettiva capace di sconvolgere qualsiasi esistenza. Tanto più quella di un giornalista che ha costruito la propria attività professionale sulla denuncia delle illegalità e degli intrecci tra politica e criminalità organizzata.
A rendere ancora più amara la vicenda è l'identità di chi aveva presentato la denuncia. Angelo Brancaccio. Un ex sindaco finito ripetutamente al centro delle inchieste giornalistiche di De Michele e con un passato giudiziario segnato da arresti e condanne per reati di particolare gravità. Tra il 2007 e il 2015 Brancaccio è stato arrestato tre volte nell'ambito di vicende giudiziarie riguardanti anche il peculato. Successivamente è stato condannato in via definitiva per associazione camorristica, in relazione ai rapporti con i clan coinvolti nella devastazione urbanistica di Orta di Atella. Un dato che rendeva indispensabile valutare con particolare rigore l'attendibilità delle sue accuse e ogni possibile ragione di contrasto con il giornalista. La precedente attività di denuncia svolta da De Michele nei suoi confronti costituiva infatti un elemento di contesto che non poteva essere ignorato. L'eventuale intento ritorsivo dell'accusatore resta una questione distinta, da accertare nelle sedi competenti. Il paradosso è evidente. Un giornalista che per anni aveva raccontato vicende di criminalità e malaffare si è ritrovato in carcere sulla base di un'accusa proveniente proprio da uno dei protagonisti delle sue inchieste. Una situazione che sembra uscita dalle pagine di Kafka. Ma non era letteratura. Era la realtà.
Il calvario giudiziario si è concluso in tempi relativamente contenuti anche grazie alla scelta processuale concordata con l'avvocato Mario Griffo. Il direttore di Italia Notizie ha optato per il rito abbreviato, rinunciando al dibattimento ordinario per ottenere una decisione più rapida sulla base degli atti e degli elementi acquisiti. Una scelta difensiva precisa. Accompagnata dalla convinzione che il materiale probatorio fosse sufficiente a dimostrare l'infondatezza dell'accusa. Il giudice Cioffo ha pronunciato l'assoluzione con la formula "perché il fatto non sussiste". Non una semplice insufficienza di prove. Ma una pronuncia che, nel giudizio di primo grado, esclude la sussistenza del fatto contestato. Per De Michele è la fine di un incubo. Almeno sul piano della prima decisione di merito. Resta naturalmente da attendere il deposito delle motivazioni per conoscere nel dettaglio il percorso argomentativo seguito dal giudice e l'eventuale evoluzione processuale della vicenda.
Il direttore di Italia Notizie, per il momento, ha scelto di non rilasciare dichiarazioni pubbliche. Il suo primo pensiero va alla famiglia e agli amici veri. A chi gli è rimasto accanto nei giorni più difficili. A chi non ha smesso di credere nella sua innocenza quando il peso dell'accusa rischiava di oscurare tutto il resto. Un ringraziamento speciale è rivolto all'avvocato Mario Griffo. Un professionista stimato e soprattutto un amico da oltre vent'anni. Un rapporto umano che ha accompagnato una difesa condotta con determinazione, fino alla pronuncia assolutoria. Non è il momento dell'esultanza. Non può esserlo. Perché un'assoluzione dopo quindici giorni trascorsi in carcere restituisce dignità sul piano giudiziario ma non cancella la sofferenza vissuta.
Una vicenda del genere impone una riflessione che va oltre il singolo caso. In uno Stato di diritto la presunzione di innocenza non può essere una formula da recitare nelle aule universitarie e dimenticare quando si decide della libertà di una persona. Montesquieu individuava nella tutela della libertà individuale uno dei cardini di un ordinamento civile. Cesare Beccaria ricordava quanto fosse essenziale sottrarre il cittadino all'arbitrio del potere punitivo. Principi che conservano tutta la loro forza. Soprattutto quando una misura cautelare produce conseguenze irreversibili sulla vita di chi la subisce. Naturalmente l'assoluzione non dimostra automaticamente che gli investigatori o il pubblico ministero abbiano agito illegittimamente. Ma la distanza tra l'arresto del 30 giugno 2025, la scarcerazione disposta dal Riesame quindici giorni dopo e l'odierna pronuncia impone interrogativi seri sulla solidità dell'impianto accusatorio e sulla necessità della custodia cautelare. Interrogativi che meritano risposte. Senza spirito di vendetta. Senza processi sommari. Ma anche senza rifugiarsi nel comodo silenzio delle istituzioni.
Oggi giustizia è stata fatta. Restano però l'amarezza per la libertà perduta, le ferite inferte alla reputazione personale e professionale, la sofferenza della famiglia e il ricordo di quindici giorni trascorsi dietro le sbarre. Resta soprattutto una domanda. Semplice. Terribile. Chi restituirà a Mario De Michele quei quindici giorni di vita? Nessuno. Perché una sentenza può ristabilire la verità giudiziaria. Può restituire l'onore. Può mettere fine a un'accusa. Ma non può riportare indietro il tempo.

