Sant’Arpino. L’Opificio Puca apre un ponte con l’Armenia tra conversazioni, pratiche e marginalità in dialogo questo weekend con due artisti armeni

SANT'ARPINO. Dal 28 febbraio al 1° marzo 2026, Opificio Puca apre le sue porte a Voci inaspettate, un public program che si configura come spazio di attraversamento, ascolto e negoziazione tra pratiche artistiche, ecosistemi di ricerca e geografie marginali.
Il progetto prende forma come una conversazione espansa, accompagnata dall’utilizzo del Font Apfel Grotezk di Luigi Gorlero Design @ BsgStudio, elemento visivo che diventa metafora tipografica di ibridazione, tensione e pluralità di voci.
Protagonisti dell’incontro sono Silva Chobanyan e Aram Zurabyan, artisti armeni invitati ad aprire una rotta di contatto del tutto inaspettata tra ecosistemi geograficamente distanti ma vicini nella marginalità.
Dopo una settimana di residenza libera e di scoperta – anche guidata – della scena campana, le loro pratiche entrano in dialogo diretto con le molteplici voci dell’ecosistema di ricerca dell’Opificio Puca, mettendo in tensione linguaggi, metodologie e condizioni materiali di produzione artistica.
Chobanyan e Zurabyan sono inoltre tra i responsabili del NPAK – Armenian Center for Contemporary Experimental Art (fondato nel 1992), una delle esperienze più longeve e radicali dell’arte contemporanea sperimentale post-sovietica. La loro presenza solleva una domanda centrale: come vive, cresce e spende l’arte attuale fuori dai canoni dominanti?
A intrecciarsi con questo dialogo è il lavoro di Cédric Mazet Zaccardelli, che da anni sviluppa una ricerca artistica e teorica sui meccanismi dell’economia, sui suoi linguaggi e sulle sue ricadute simboliche. Il suo contributo amplifica il campo della conversazione, portando l’attenzione sulle infrastrutture – visibili e invisibili – che sostengono, limitano o trasformano le pratiche artistiche contemporanee.
Il public program si articola come incontro informale, studio visit, show-case e tessiture inaspettate: momenti di prossimità e confronto che rifiutano la forma dell’evento spettacolare per privilegiare processi, relazioni e scambi situati.
Voci inaspettate non propone risposte definitive, ma attiva un laboratorio temporaneo in cui l’arte diventa strumento di contatto, negoziazione e immaginazione politica. Un’occasione per ripensare i margini non come periferie silenziose, ma come luoghi di produzione attiva di senso, sapere e possibilità.

