Regionali. Raffaele Salvatore Donelli (PER persone e comunità) “Occorre che nasca sul territorio e sia radicato nello stesso”

Succivo   Raffaele Salvatore Donelli, candidato al consiglio regionale nella lista PER persone e comunità, pone la sua attenzione sulle politiche occupazionali e sul dramma del lavoro che attraversa la nostra Regione.

"Sole, mare, voglia di divertirsi e soprattutto tanta voglia di non lavorare. Questi sono i luoghi comuni che le persone associano al Sud d’Italia. Se poi parliamo della Campania, si aggiungono, pizza, mandolino e l’arte dell’arrangiarsi.  Eppure il Sud sforna operai specializzati, ingegneri qualificati, insegnanti preparati, fior fiore di medici, cuochi provetti, pizzaioli, infermieri e chi ne ha più ne mette. Molti migrano al Nord per lavorare nella Fiat di Torino, nella Ferrari di Maranello, nelle scuole medie e superiori, in ristoranti e pizzerie, nelle banche, negli ospedali e nelle amministrazioni pubbliche. Altri, specie quelli altamente specializzati vanno all’estero in cerca di opportunità di carriera che non troverebbero nemmeno nel Nord.

Perché questa riflessione? Giusto per dire che il fenomeno della migrazione riguarda qualunque classe sociale e qualunque tipo di forza lavoro, dai metalmeccanici ai pubblici, dai chimici agli elettronici.

Dunque non è la voglia di lavorare che manca al sud ma sono le opportunità.

Forse qualcosa non ha funzionato nella ricetta che ci è stata propinata per anni di aiuti al mezzogiorno. Forse il modo in cui si è cercato di aiutare il Sud non ha funzionato e, ancora oggi, continua a non funzionare. Ci sono realtà come quella aeronautica, automobilistica e navale che hanno resistito alle crisi economiche e continuano ad occupare migliaia di persone. Ma ci sono stati anche tanti impianti industriali, voluti dai governi passati ossessionati dall’idea che il Sud andava industrializzato, come le grandi acciaierie (vedi storia fallimentare del polo siderurgico di Gioia Tauro), i centri petrolchimici (vedi centri petrochimici siciliani), le centrali termo-elettriche (cattedrali nel deserto in varie regioni del sud), i porti mega-galattici (vedi Gioa Tauro, Corigliano Calabro) che sono stati dei grandi fallimenti con enormi sprechi di denaro pubblico.

Si è mai chiesto nessuno il perché di questa strategia fallimentare?

Sulla base dell’esperienza che stiamo vivendo in questi ultimi anni, io direi di no.

Infatti lo stato continua in questa strategia offrendo fondi ed agevolazioni ad aziende estere o ad imprenditori del nord affinché investano nel sud d’Italia in imprese metalmeccaniche, farmaceutiche o chimiche.

Regolarmente assistiamo, in genere in un breve arco temporale, alla loro chiusura. Basta ricordare l’olivetti, l’indesit, l’Italtel e recentemente la Whirpool solo per citarne alcune di queste realtà.

Nessuno si è mai posto il problema se queste attività fossero o meno in sinergia con le vocazioni innate del territorio e cioè la capacità di costruire manufatti artigianali di grande valore, coltivare la terra, sfruttare il mare, costruire navi, produrre gioielli, essere creativi e geniali.

Forse, anzi sicuramente, la strada di una industrializzazione forzata, imposta e non radicata sul territorio, non consona alle caratteristiche dei suoi abitanti, ma anche l’assenza d’amore di questi imprenditori per questo territorio in aggiunta alla mancanza di infrastrutture (ma piuttosto l’attaccamento al solo profitto) hanno contribuito al fallimento di questo approccio.

Ma il danno ancora più grave è che queste aziende hanno sottratto manodopera specializzata alle piccole imprese che esistevano sul territorio, come quelle del settore calzaturiero, sartoriale, alimentare, agricolo e pastorizio prospettando un miglioramento delle condizioni economiche che poi si è rivelato una chimera. Ciò ha comportato la perdita di tante competenze di settore.

Oggi che si è capito il valore legato a queste attività artigianali non abbiamo più le competenze per svilupparle e rilanciarle, non ci sono strumenti legali per ridargli foga perché le poche piccole aziende sopravvissute sono oberate di tasse e non sono in grado di accollarsi i costi dell’apprendistato (insostenibili per gli artigiani). Queste imprese che potrebbero, in un sano sistema economico, diventare scuole d’arti sono abbandonate a se stesse e senza nuove maestranze destinate a morire. Queste piccole imprese sono state per decenni la spina dorsale della nostra economia regionale.

Il lavoro è un dramma che si è ancora più acuito perché forse chi ci amministra non ha le idee chiare su cosa fare e su cosa puntare per il futuro. Non c’è una programmazione e soprattutto non c’è una strategia vincente.

Tra Tradizione ed Innovazione Tecnologica

Eppure il problema è semplice, ci occorre un lavoro che sia radicato sul territorio che nasca dal territorio.

Dalle tradizioni occorre prendere il meglio e quindi investire in

  • agricoltura e comparto alimentare,
  • mare e strutture alberghiere e marittime,
  • turismo e rilancio del patrimonio monumentale e valorizzazione delle bellezze naturali,
  • artigianato in tutte le sue espressioni (ceramica, lavorazione del legno, gioielli, confezioni sartoriali di lusso e via discorrendo
  • edilizia attraverso lo sviluppo ed il rafforzamento delle maestranze per il restauro dei beni culturali

Investire significa agevolare queste imprese, spesso a conduzione familiare, nella formazione di nuovi maestri attraverso una sostanziale riduzione delle tasse e creando speciali percorsi fiscali per chi forma ed assume nuove maestranze. C’è bisogno di un trasferimento di competenze dagli anziani ai giovani.

Ma occorre anche investire in quel settore tecnologico ben radicato sul territorio, frutto del nostro territorio e governato da imprenditori del territorio. Quindi occorre potenziare ed investire

  • nella cantieristica navale,
  • nell’industria aeronautica,
  • nell’industria automobilistica,
  • nell’industria del settore ferroviario

A questo bisogna affiancare l’innovazione e lo sviluppo di nuove tecnologie. A questo proposito occorre investire sui giovani e su incubatori di start-up e di nuove imprese, c’è bisogno di alimentare e far crescere una nuova classe di piccoli imprenditori ( e farli crescere) che attingendo competenze dalle tante università che esistono sul territorio Campano diano vita un nuovo sistema industriale. Questo modello potrebbe poi essere di esempio per le altre regioni del Sud.

Occorre diventare artefici del nostro benessere e del nostro successo attraverso il rilancio di vecchi mestieri e la scoperta di nuovi lavori.

Tradizione ed innovazione debbono andare a braccetto per permettere al Sud un benessere economico e di diventare protagonista del suo futuro.

I giovani debbono fare la differenza. Mio padre mi diceva sempre, “non conta cosa fai, ma essere il più bravo in quello che fai, che tu sia un operatore ecologico, un facchino, un contadino o un artista, sii il migliore ed il lavoro non ti mancherà mai".

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